L'arte dell'osservazione: Call me Laura svela il dietro le quinte delle sue canzoni

set 25, 2026 0 comments

 


In questa chiacchierata esclusiva per Reframe, Call me Laura ci accompagna nel dietro le quinte del suo mondo creativo. Dal tortuoso percorso musicale che l'ha condotta al canto, passando per le influenze d'autore che ispirano le sue composizioni, fino ad arrivare a svelare la nascita di brani capaci di trasformare un semplice gesto, come condividere un tiramisù, in un potente racconto d'amore e accettazione.

Ciao Laura, com'è nata la tua profonda attitudine verso la musica, partendo dai sogni infantili legati alla batteria fino ad arrivare allo studio della viola in Conservatorio?

Se ci penso, la cosa divertente è che io la musica l'ho sempre cercata, ma non l'ho mai trovata esattamente dove pensavo di trovarla. Da bambina volevo suonare la batteria. Mia madre, invece, mi iscrisse a chitarra. Poi sono arrivata al Conservatorio e desideravo tantissimo studiare violoncello, ma mi sono ritrovata con una viola tra le mani. All'epoca probabilmente avrei pensato che la vita si stesse divertendo a complicarmi le cose. Oggi, invece, mi piace pensare che mi stesse semplicemente accompagnando verso la mia strada, anche se io ancora non la conoscevo. Il canto è arrivato dopo, quasi in punta di piedi. Ho iniziato a cantare per gioco, senza pensare che sarebbe diventato qualcosa di serio. Era semplicemente il modo in cui mi veniva naturale tirare fuori quello che avevo dentro. Poi ho smesso per un periodo e solo quando mi sono allontanata dalla musica ho capito quanto fosse diventata importante per me. Forse il mio rapporto con la musica è proprio questo: non è mai stato un percorso perfetto o lineare. È stato fatto di deviazioni, pause, ritorni e sorprese. Ma alla fine, in qualche modo, la musica è sempre tornata a prendermi.

Per dare forma al tuo pop contemporaneo e alla tua scrittura così intima e cinematografica, a quali artisti ti sei maggiormente ispirata nel corso degli anni?

Ce ne sono tanti e probabilmente cambiano anche a seconda del momento della mia vita. Cesare Cremonini è sicuramente uno dei riferimenti più importanti per me. Lo ammiro tantissimo per il modo in cui riesce a raccontare emozioni enormi partendo da immagini semplicissime. Mi piace quella capacità di prendere qualcosa di quotidiano e trasformarlo in una frase che, improvvisamente, sembra parlare proprio di te. Mi affascinano molto gli artisti che non hanno bisogno di raccontare tutto. Ti lasciano un'immagine, una sensazione, una frase e poi sei tu a completare la storia. Credo che anche la mia scrittura nasca un po' da questo. Non voglio semplicemente dire quello che provo: mi piace cercare un'immagine che possa farlo vedere. Poi sicuramente tutto quello che ho ascoltato negli anni, anche cose molto diverse tra loro, è finito dentro il mio modo di fare musica. Ma sto ancora cercando la mia forma. E questa, forse, è la parte che mi diverte di più.

Fai della quotidianità il luogo in cui prendono forma le emozioni più profonde. In che modo questi piccoli rituali di ogni giorno si trasformano nelle parole e nelle melodie di una tua canzone?

Credo di essere una persona che osserva molto. Mi capita di vedere una scena, sentire una frase o vivere un momento apparentemente insignificante e pensare: "Questa cosa me la devo ricordare". Poi magari non so ancora perché. La canzone arriva dopo. Mi piace prendere una cosa reale e lasciarle cambiare forma. Una luce, un gesto, una frase detta male, un silenzio, un paio di scarpe lasciate all'ingresso... diventano il punto di partenza per parlare di qualcosa di molto più grande. È quello che è successo anche con "Il primo ballo". Un frigorifero aperto è semplicemente un frigorifero aperto. Ma se dentro quella scena ci sono due persone che ridono, che hanno appena finito di cenare e che magari iniziano a ballare senza musica, improvvisamente quel frigorifero diventa una fotografia dell'amore. Forse è questo che cerco quando scrivo: trovare la poesia nelle cose che normalmente non consideriamo poetiche.

Ci parli di come è nato "Il primo ballo", un brano che celebra l'amore vissuto lontano dai riflettori, fatto di imperfezioni e momenti spontanei?

È nato osservando l'amore degli altri. Da anni lavoro con le coppie e i matrimoni e ho la fortuna di essere presente in momenti che mi emozionano sempre: il "si", gli sguardi, le promesse, le lacrime e il primo ballo. Ma mentre guardavo tutte quelle coppie mi sono fatta una domanda: cosa succede quando la musica finisce? Quando gli invitati tornano a casa, il vestito viene appeso nell'armadio, le luci si spengono e rimangono soltanto loro due? Ho pensato che forse il vero amore cominci proprio li. Non volevo raccontare un amore perfetto, da film. Volevo raccontare quello vero: quello in cui si dorme addosso ma sul divano ognuno ha il proprio posto, quello in cui ci si dà un bacio al semaforo e due minuti dopo si cambia completamente discorso, quello in cui si litiga, si ride, si cresce e si continua comunque a scegliersi. E volevo raccontare soprattutto un amore che non nasce dal bisogno. Non "senza di te non vivo", ma "con te vivo ancora meglio". Dentro la canzone ci sono anche tante coppie che ho incontrato nel mio lavoro. Alcune probabilmente non sapranno mai di avermi regalato un'immagine che poi è finita dentro una canzone. Per questo mi piace pensare a "Il primo ballo" anche come a un piccolo augurio per loro: che quel ballo non finisca quando finisce la musica.

Tra immagini evocative di un tiramisù senza glutine e balli improvvisati davanti a un frigorifero aperto, cosa deve aspettarsi a livello emotivo e sonoro chi premerà play su questo tuo nuovo singolo?

Spero innanzitutto di regalargli un sorriso. "Il primo ballo" è una canzone d'amore, ma non volevo che fosse pesante o troppo costruita. Volevo che avesse dentro calore, leggerezza e quella sensazione che hai quando guardi qualcuno e pensi: "Con questa persona posso essere completamente me stessa". Anche musicalmente volevo che fosse così: un brano pop, contemporaneo, luminoso, che ti venga voglia di cantare e magari anche di ballare, ma che abbia dentro delle parole che, ascolto dopo ascolto, ti fanno scoprire qualcosa in più. E poi c'è quel tiramisù senza glutine, che forse è uno dei dettagli più piccoli della canzone, ma per me è uno dei più importanti. Essendo celiaca, mi è capitato tante volte di trovarmi in situazioni in cui, davanti a qualcosa che non posso mangiare, ho detto "non preoccuparti, tanto non lo volevo", anche quando magari un po' mi dispiaceva. Oppure di sentirmi quella che ha bisogno di un'attenzione in più, quella per cui bisogna trovare una soluzione diversa. Non è una tragedia, ovviamente, ma sono quelle piccole situazioni che a volte ti fanno sentire diverso dagli altri. E proprio per questo, per me, trovare qualcuno che non ti fa sentire "diverso" ma semplicemente pensato ha un valore enorme. II tiramisù della canzone non parla quindi davvero di un dolce. Parla di qualcuno che sa che c'è una cosa che per te è importante e se ne ricorda. Non perché glielo hai chiesto, non perché deve farlo, ma perché ti conosce. E credo che questo sia uno dei modi più belli in cui l'amore può manifestarsi: quando l'altro entra cosi tanto nella tua quotidianità che le tue esigenze diventano naturalmente parte della sua attenzione. Non è un sacrificio. Non è "poverina, dobbiamo trovare qualcosa anche per lei". È semplicemente: "So che questo ti farà stare bene, quindi l'ho scelto anche per te". Ed è proprio questo che volevo raccontare con "Il primo ballo": un amore che non ha bisogno di grandi dichiarazioni, perché si vede nelle piccole cose. Nel ricordarsi un dettaglio. Nel lasciare spazio all'altro. Nel farlo sentire accolto, mai fuori posto. Quindi sì, chi premerà play troverà una canzone d'amore, ma spero anche che possa ritrovare una propria piccola storia dentro quelle immagini. Perché magari per qualcuno sarà un tiramisù senza glutine. Per qualcun altro sarà il caffè preparato come piace, una coperta lasciata sul divano, un messaggio quando sa che hai avuto una giornata difficile. Alla fine credo che l'amore sia proprio questo: conoscere qualcuno così bene da accorgerti delle sue piccole necessità e amarle senza farle mai pesare.

Hai già in programma concerti e date live per portare al pubblico le storie e la profonda complicità raccontate ne "Il primo ballo" e nei tuoi brani precedenti?

Il live è sicuramente una delle cose che desidero di più per il futuro. Il mio percorso discografico è ancora giovane e finora ho vissuto tantissimo la parte legata allo studio, alla scrittura e alla produzione. Ma credo che una canzone trovi davvero una seconda vita quando viene cantata davanti alle persone. Mi piacerebbe portare sul palco non soltanto "Il primo ballo", ma tutto il piccolo viaggio che ho fatto finora: "La vita è una danza", "Dietro le nuvole" e questo nuovo capitolo. Non voglio semplicemente salire su un palco e cantare delle canzoni. Vorrei creare un momento in cui chi è davanti a me possa riconoscersi, emozionarsi, magari ridere e magari ritrovare dentro una mia frase qualcosa che appartiene alla propria storia. Per le date, sto lavorando per costruire i prossimi appuntamenti e spero di poterli condividere presto. E c'è una cosa che mi emoziona particolarmente pensando al futuro: cantare "Il primo ballo" davanti a una coppia che magari ha scelto proprio quella canzone per il proprio matrimonio. lo sono abituata a guardare i primi balli degli sposi dal lato di chi organizza e li accompagna. Sarebbe bellissimo, un giorno, poter essere dall'altra parte e sapere che una mia canzone sta accompagnando quel momento. Credo che sarebbe uno dei regali più belli che la musica potrebbe farmi.

 

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