Con “Nausea”, i Tackat mettono in discussione anche il formato stesso dell’album. Non si tratta di una semplice raccolta di brani, ma di un percorso che richiede un ascolto attivo e consapevole. Le tracce dialogano tra loro senza seguire una progressione lineare, creando un’esperienza più vicina a un attraversamento che a una narrazione tradizionale. È un lavoro che non si concede immediatamente, ma che cresce nel tempo, lasciando emergere nuovi livelli a ogni ascolto e invitando l’ascoltatore a tornare sui propri passi.
“La sindrome di Stoccolma a Milano” è un titolo forte: quanto siamo complici del sistema che criticate?
Prima di tutto vorrei non sembrare una specie di professorino criticone che dall'alto del suo pulpito lancia anatemi... La sindrome è un pezzo che descrive con una serie di vignette vari personaggi che abitano una metropoli... Ogni volta che sono stato a Milano ho sempre sentito un certo distacco fra la città e i suoi abitanti. Ho spesso sentito un certo servilismo e accondiscendenza alle ragioni del denaro. Più che complici ne subiamo le conseguenze. Il sistema di cui parli è un progetto di trasformare una città che contiene tante realtà in una manhatizzazione che di fatto taglia fuori chi non è del livello giusto.
La città è molto presente nel disco: è un luogo di ispirazione o di disagio?
Il disagio ci ispira 😎 se fossimo felici, ricchi, sani e contenti faremo del kpop
Il vostro suono cambia spesso: è una scelta o una necessità?
È del tutto casuale. È una combinazione di atmosfere, sonorità. Abiti diversi, accessori, scarpe... Si gioca ad abbinare suoni e colori che magari non rientrano in un linguaggio ma creano qualcosa di diverso. I primi ad essere sorpresi dobbiamo essere noi.
Quanto è importante sorprendere chi ascolta?
Molto importante! Ormai da più di 10 anni i dischi sono un encefalogramma piatto. 2/3 singoli e tanta panna montata o mayonnaise impazzita. Non dico di fare del rumorismo dodecafonico. Ma un disco è fatto di diversi capitoli con qualche colpo di scena e momenti con atmosfere inaspettate
Vi sentite più attuali o fuori tempo?
Siamo sempre stati e rimaniamo come Peter sellers in Hollywood party... Fuori contesto... In una tournée in Francia ci è capitato di aprire una sera il concerto di Asian dub foundation e pochi giorni dopo napalm death...
C’è qualcosa che non direste mai in una vostra canzone?
Per sempre sì...
