Con “The Flak”, i JaydeeQ trasformano il dancefloor in uno spazio di tensione e collisione emotiva. Tra glitch elettronici, synth abrasivi e ritmiche martellanti, il brano unisce energia clubbing e atmosfere disturbanti, riflettendo sul bombardamento continuo di immagini e informazioni che caratterizza il presente. Nel corso dell’intervista la band approfondisce la costruzione sonora del singolo, il significato del titolo, l’estetica del videoclip e il loro approccio diretto e radicale alla musica contemporanea.
"The Flak" sembra pensato per il dancefloor ma mantiene un'anima aggressiva e disturbante: volevate creare un brano che facesse ballare mettendo a disagio?
Esattamente quello. Il dancefloor è uno dei pochi posti dove il corpo reagisce prima della testa — e volevamo sfruttare quella vulnerabilità. Fai muovere qualcuno e abbassa le difese, poi gli metti dentro qualcosa di scomodo. È quasi una forma di contrabbando emotivo. I brani che amiamo di più fanno esattamente questo: ti fanno stare bene e male allo stesso tempo, e non riesci a smettere di ballare neanche quando capisci cosa sta succedendo.
Nel vostro sound convivono elementi vintage e futuristici. Quanto vi interessa giocare sul contrasto tra passato e modernità?
Ci interessa moltissimo, perché quel contrasto dice qualcosa di vero sul presente. Il passato non è mai davvero passato — certi meccanismi, certe estetiche, certi errori tornano sempre. Usare un synth analogico degli anni Settanta od Ottanta sopra una produzione contemporanea non è nostalgia, è stratigrafia. Scavi e trovi che gli strati si assomigliano. Quella tensione tra vecchio e nuovo è esattamente dove vogliamo stare.
Il titolo rimanda ai cannoni contraerei tedeschi della Seconda Guerra Mondiale. Quanto vi interessa inserire riferimenti storici nella vostra musica?
La storia non è un ornamento per noi, è una lente. "Flak" è perfetto perché ha due sensi — quello militare e quello slang inglese per "critiche, fuoco incrociato" — e li vogliamo attivi entrambi. Il bombardamento contraereo come metafora del rumore costante a cui siamo sottoposti oggi: propaganda, informazione, disinformazione. La storia ci dà gli strumenti per leggere il presente, a patto di non usarla come costume.
C'è una forte componente cinematografica e quasi narrativa nel pezzo. Quando componete immaginate già delle scene o delle immagini precise?
Partiamo spesso da un'immagine — una scena, un fotogramma, un'atmosfera visiva — e costruiamo il suono intorno a quella. Per "The Flak" c'era fin dall'inizio questa idea di qualcosa che cade dall'alto, una pioggia di fuoco controllata e ritmica. Il brano doveva suonare come quella sensazione: sai che arriva, non puoi evitarla, e sei costretto a muoverti dentro il bombardamento.
Le vocalità urlate e i glitch elettronici danno al brano un'atmosfera claustrofobica. Quanto conta l'impatto fisico del suono nei vostri live?
È la cosa che ci interessa di più del live. La musica registrata può arrivare ovunque, ma il suono fisico — quello che senti nello sterno, che ti sposta l'aria — quello lo puoi fare solo in una stanza. Vogliamo che chi viene ai nostri concerti torni a casa con qualcosa nel corpo, non solo nella testa. La claustrofobia di "The Flak" amplificata da un sistema audio potente diventa quasi un'esperienza tattile. È lì che il brano completa il suo senso.
Il videoclip è stato girato in una sola notte a La Bucaniera: che tipo di energia si è creata durante le riprese?
Quella delle cose fatte sul filo, senza rete. Una notte sola significa decisioni immediate, nessuna possibilità di rimandare, nessuna seconda chance su certe cose. E paradossalmente è proprio quella pressione che ha dato al video l'energia giusta — la stessa urgenza del brano. La Bucaniera ha un'anima già carica di per sé, e lavorare in quello spazio di notte ha aggiunto uno strato di tensione reale che si vede sullo schermo.
Nel video emerge il tema della distorsione della realtà. Pensate che oggi viviamo in una sorta di bombardamento continuo di immagini e informazioni?
Non lo pensiamo, lo constatiamo. Il bombardamento è il format dominante del presente — non c'è pausa, non c'è silenzio, non c'è spazio per elaborare quello che si è appena visto prima che arrivi qualcos'altro. Gli schermi catodici nel video non sono vintage per scelta estetica: sono una metafora di come il meccanismo non sia cambiato, sia solo accelerato. Il brainwashing analogico è diventato algoritmico. Il risultato è lo stesso.
"The Flak" mostra un lato molto diretto e feroce dei JaydeeQ: sentite che questo approccio rappresenti anche il vostro modo di stare nella scena musicale contemporanea?
Sì, senza riserve. Non ci interessa essere accomodanti — né nel suono né nella posizione. La scena musicale contemporanea premia spesso la levigatura, la compatibilità, la capacità di stare dentro più contenitori possibili. Noi stiamo facendo il contrario. "The Flak" è diretto e feroce perché crediamo che in certi momenti storici il compromesso estetico sia già una posizione politica. Stare fuori dalla comfort zone non è un posizionamento di marketing, è l'unico posto dove ci sentiamo onesti
