Ogni traccia
di “solchi” mostra cosa accade quando un’emozione cambia forma sotto pressione. L’amore diventa dipendenza, l’insicurezza arroganza, il desiderio
ossessione, il rimorso paralisi. I Calanco costruiscono così un debutto che
somiglia a una mappa delle deformazioni emotive.
Dall’amore alla dipendenza
“sbaglio
spesso” apre il disco mettendo immediatamente in crisi qualsiasi idea romantica
dell’attaccamento. Aver bisogno di qualcuno può sembrare amore finché quel
bisogno non cancella progressivamente tutto il resto. Il protagonista rimane
intrappolato nella fine del rapporto, incapace di elaborarla.
La musica
gioca con il contrasto: il ritornello lascia filtrare una leggerezza che le
strofe smentiscono. Una scelta efficace perché restituisce l’ambiguità di
molte relazioni tossiche, capaci di conservare momenti apparentemente
felici anche quando il loro equilibrio è già compromesso.
“bruges”
introduce il desiderio di sparire. La città sognata dovrebbe rappresentare un
nuovo inizio, ma diventa il luogo nel quale scoprire che la solitudine viaggia
benissimo.
La rabbia come travestimento
Con “domenike”
il disco cambia postura. L’insicurezza si mette una giacca più rumorosa e
prova a farsi chiamare arroganza. Il brano aggredisce, ma dietro
l’aggressione lascia intravedere la necessità di difendersi.
“caffè
corretto” sposta il travestimento dentro la coppia. Il protagonista è un
camaleonte e la relazione un campo di forze nel quale provocazione, attrazione
e controllo finiscono per sovrapporsi.
In “persei”
non c’è più tempo per adattarsi: bisogna andare. L’atmosfera cupa accompagna
una fuga che non possiede destinazione e proprio per questo appare ancora più
disperata. L’esplosione di energia non equivale a una soluzione; è
semplicemente la pressione che trova finalmente un’uscita.
Toccare il fondo
“verme” non
gira intorno al proprio tema. Il senso di inadeguatezza viene dichiarato già
nel titolo e poi lasciato precipitare. È una delle tracce più nude del
disco perché rinuncia alla protezione dell’arroganza incontrata poco prima.
“come fare non
lo so” introduce un’altra forma di autodistruzione: utilizzare l’odio per
dimenticare. Il paradosso è evidente. Per continuare a odiare qualcuno bisogna
continuare a pensarlo. La ripetizione ossessiva dei versi diventa allora una
gabbia perfetta.
La colpa e l’addio
“adieu” cambia
prospettiva perché il dolore non proviene soltanto dall’esterno. Qui chi
racconta deve fare i conti con ciò che ha provocato. Aver amato qualcuno non
impedisce di ferirlo e il riconoscimento tardivo di questa contraddizione dà al
brano una particolare gravità.
Non c’è
certezza di perdono. Non c’è nemmeno la pretesa che debba esserci.
“rocciasangue”
prende quella crisi e la allarga. La domanda non riguarda più soltanto una
relazione, ma il senso stesso della propria esistenza. La scrittura assume la
forma del flusso di coscienza e il dolore diventa quasi materiale, qualcosa che
occupa spazio e rende difficile respirare.
Il ballo finale
Poi arriva
“RnR serena”.
Dopo tanto
tormento si potrebbe aspettare una conclusione liberatoria. I Calanco fanno
l’opposto. Il desiderio per una donna diventa un’ossessione carnale e il brano
assume i contorni di un “Gioca Jouer” primitivo: un insieme di movimenti e
ruoli da eseguire.
È una chiusura
straniante ma coerente. Dopo avere cercato di fuggire dalle proprie maschere
per tutto il disco, l’essere umano si scopre ancora impegnato a recitare.
La produzione
sporca e contrastata tiene insieme questo percorso senza trasformarlo in un
concept eccessivamente cerebrale. “solchi” rimane prima di tutto un disco rock,
e vuole esserlo fisicamente: chitarra, basso, batteria, tensione, volume.
Ma sotto quel
volume si muove continuamente qualcos’altro.
La fragilità
che il volume avrebbe dovuto nascondere.
