Calanco, “solchi”: anatomia di un’inquietudine in dieci tracce

ott 3, 2026 0 comments

 


Ogni traccia di “solchi” mostra cosa accade quando un’emozione cambia forma sotto pressione. L’amore diventa dipendenza, l’insicurezza arroganza, il desiderio ossessione, il rimorso paralisi. I Calanco costruiscono così un debutto che somiglia a una mappa delle deformazioni emotive.

Dall’amore alla dipendenza

“sbaglio spesso” apre il disco mettendo immediatamente in crisi qualsiasi idea romantica dell’attaccamento. Aver bisogno di qualcuno può sembrare amore finché quel bisogno non cancella progressivamente tutto il resto. Il protagonista rimane intrappolato nella fine del rapporto, incapace di elaborarla.

La musica gioca con il contrasto: il ritornello lascia filtrare una leggerezza che le strofe smentiscono. Una scelta efficace perché restituisce l’ambiguità di molte relazioni tossiche, capaci di conservare momenti apparentemente felici anche quando il loro equilibrio è già compromesso.

“bruges” introduce il desiderio di sparire. La città sognata dovrebbe rappresentare un nuovo inizio, ma diventa il luogo nel quale scoprire che la solitudine viaggia benissimo.

La rabbia come travestimento

Con “domenike” il disco cambia postura. L’insicurezza si mette una giacca più rumorosa e prova a farsi chiamare arroganza. Il brano aggredisce, ma dietro l’aggressione lascia intravedere la necessità di difendersi.

“caffè corretto” sposta il travestimento dentro la coppia. Il protagonista è un camaleonte e la relazione un campo di forze nel quale provocazione, attrazione e controllo finiscono per sovrapporsi.

In “persei” non c’è più tempo per adattarsi: bisogna andare. L’atmosfera cupa accompagna una fuga che non possiede destinazione e proprio per questo appare ancora più disperata. L’esplosione di energia non equivale a una soluzione; è semplicemente la pressione che trova finalmente un’uscita.

Toccare il fondo

“verme” non gira intorno al proprio tema. Il senso di inadeguatezza viene dichiarato già nel titolo e poi lasciato precipitare. È una delle tracce più nude del disco perché rinuncia alla protezione dell’arroganza incontrata poco prima.

“come fare non lo so” introduce un’altra forma di autodistruzione: utilizzare l’odio per dimenticare. Il paradosso è evidente. Per continuare a odiare qualcuno bisogna continuare a pensarlo. La ripetizione ossessiva dei versi diventa allora una gabbia perfetta.

La colpa e l’addio

“adieu” cambia prospettiva perché il dolore non proviene soltanto dall’esterno. Qui chi racconta deve fare i conti con ciò che ha provocato. Aver amato qualcuno non impedisce di ferirlo e il riconoscimento tardivo di questa contraddizione dà al brano una particolare gravità.

Non c’è certezza di perdono. Non c’è nemmeno la pretesa che debba esserci.

“rocciasangue” prende quella crisi e la allarga. La domanda non riguarda più soltanto una relazione, ma il senso stesso della propria esistenza. La scrittura assume la forma del flusso di coscienza e il dolore diventa quasi materiale, qualcosa che occupa spazio e rende difficile respirare.

Il ballo finale

Poi arriva “RnR serena”.

Dopo tanto tormento si potrebbe aspettare una conclusione liberatoria. I Calanco fanno l’opposto. Il desiderio per una donna diventa un’ossessione carnale e il brano assume i contorni di un “Gioca Jouer” primitivo: un insieme di movimenti e ruoli da eseguire.

È una chiusura straniante ma coerente. Dopo avere cercato di fuggire dalle proprie maschere per tutto il disco, l’essere umano si scopre ancora impegnato a recitare.

La produzione sporca e contrastata tiene insieme questo percorso senza trasformarlo in un concept eccessivamente cerebrale. “solchi” rimane prima di tutto un disco rock, e vuole esserlo fisicamente: chitarra, basso, batteria, tensione, volume.

Ma sotto quel volume si muove continuamente qualcos’altro.

La fragilità che il volume avrebbe dovuto nascondere.

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