LeBron Johnson: intervista sul nuovo singolo “Stuck”

nov 4, 2026 0 comments
 


Con “Stuck”, il nuovo singolo pubblicato da Qanto Records, i LeBron Johnson aprono un nuovo capitolo del loro percorso musicale. Il brano prende ispirazione dalla storia del leggendario bluesman Otis Rush e dalla frustrazione che ha segnato parte della sua carriera, trasformando quel sentimento in una spinta a reagire e a riprendere il controllo del proprio futuro artistico.

Dopo due album, la band riparte da una canzone che unisce le proprie radici blues, soul e funk a una riflessione sulle difficoltà dell'industria musicale, sull'autenticità e sulla determinazione necessaria per continuare a inseguire i propri obiettivi.

In “Stuck” entra la frustrazione che ha segnato parte della carriera di Otis Rush. Perché avete scelto proprio la sua storia come punto di riferimento?
Quando ho conosciuto Andy Pitt, nel 2022, la prima canzone che mi ha inviato per introdurmi al mondo del blues è stata “I Can't Quit You Baby” di Otis Rush. Anni dopo, all'improvviso, dopo due album e prima di scrivere “Stuck”, ho sentito il bisogno di approfondire la storia di questo bluesman e mi sono ritrovato nella sua frustrazione.

Cosa vi ha colpito maggiormente del rapporto di Otis Rush con l’industria musicale e con la propria carriera?
Mi ha colpito il fatto che il suo talento non bastasse.
Un artista, indipendente o meno, ha bisogno di un team ben organizzato alle proprie spalle, che comprenda e porti avanti la sua visione. A lui, però, mancava proprio questo sostegno da parte della macchina dell'industria musicale. È rimasto così bloccato e insoddisfatto, senza mai riuscire a esprimere pienamente il proprio potenziale, nonostante avesse ricevuto il plauso della critica.

Avete preso quella frustrazione e le avete dato un esito diverso, trasformandola in reazione. Quanto era importante non fermarsi al disincanto?
Avere un “perché” dà la forza di sopportare la sofferenza e di non lasciarsi sopraffare dalla depressione. Sono in missione! Ho lasciato la mia terra d'origine per realizzare questo sogno e voglio essere un buon esempio per i miei fratelli. Non posso fermarmi adesso.

Il blues nasce spesso dalla capacità di trasformare una difficoltà personale in un racconto universale. Quanto sentite vostra questa caratteristica?
Per usare le parole di Andy Pitt, “Il blues è padre di tutti e figlio di nessuno”. Per me, questa frase racchiude l'essenza vitale di un genere che ha influenzato tutti gli altri generi musicali.

In una band che attraversa funk, soul, blues e radici nigeriane, che posto occupa oggi il blues nella vostra identità?
La musica blues parla di cose vere e ci aiuta a capire l'importanza di vivere ogni esperienza fino in fondo, con autenticità. Questo emerge soprattutto quando suoniamo dal vivo e mi accompagna anche nella scrittura dei brani, perché il nostro obiettivo è vivere la musica insieme al pubblico e attraverso il rapporto che creiamo con chi ci ascolta.

C’è un insegnamento proveniente dalla storia dei grandi musicisti del passato che cercate di tenere presente nel vostro percorso?
In realtà, no. Quello che cerchiamo di tenere sempre presente è quanto siamo fortunati ad avere persone che condividono questo percorso con noi attraverso la nostra musica.

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