CTRL+Z, “Lorazepam”: dare un’immagine a ciò che è difficile spiegare

set 29, 2026 0 comments

Con “Lorazepam” i CTRL+Z trasformano un’esperienza personale in un racconto che parla anche agli altri. Il nuovo singolo affronta gli attacchi di panico senza descriverli dall’esterno, ma seguendo quello che lasciano nella vita di tutti i giorni: l’isolamento, la difficoltà di spiegarsi e quella sensazione di distanza che può nascere anche nei momenti apparentemente più normali.

La band costruisce il brano per immagini, seguendo una scrittura concreta che preferisce i dettagli alle grandi dichiarazioni. Non cerca risposte né stabilisce dove finisca il peso di ciò che accade intorno e dove cominci quello che si muove dentro una persona.

“Lorazepam” nasce proprio in questo spazio incerto e porta con sé anche una domanda: fino a che punto una canzone può far comprendere un’esperienza che non abbiamo mai vissuto? Per i CTRL+Z forse non può farlo completamente, ma può avvicinare chi ascolta a qualcosa che, spesso, è molto difficile mettere in parole.

“Lorazepam” entra in una quotidianità attraversata dagli attacchi di panico. Quale aspetto di questa esperienza era più difficile trasformare in parole?
Descrivere cosa sia un attacco di panico a chi non ne ha mai avuto uno non è semplice e non siamo neanche certi di esserci riusciti al meglio ma, in fin dei conti, siamo felici per chi non abbia idea di che cosa si parli. L’altra sfumatura difficile da descrivere è stato l’isolamento e quel confine incerto riguardo a quanto sia dovuto all’esterno e quanto alla stessa persona che vive quella situazione. Per il resto, dobbiamo ammettere, tutto è venuto abbastanza spontaneo.

Avete scelto di raccontare soprattutto piccoli momenti e dettagli della vita quotidiana. Perché vi interessava partire proprio da lì?
Principalmente perché è il nostro modo di raccontare. Scriviamo molto per immagini: immaginiamo un’istantanea di vita e poi raccontiamo tutto quello che c’è intorno, i dettagli, gli oggetti, le persone e quello che è successo prima e dopo quel momento.
In secondo luogo, parlare di temi come l’ansia, la depressione e gli attacchi di panico è molto complesso e ci è venuto molto spontaneo decidere di descriverne alcuni momenti ed emozioni specifiche e non correre il rischio di essere troppo aulici e di difficile comprensione.

Quanto avete lavorato per evitare che un tema delicato diventasse troppo esplicito o didascalico?
Proprio per via del nostro metodo di scrittura non è stato troppo difficile. Raccontare momenti piuttosto che concetti rende molto semplice restare in quell’equilibrio tra realismo e una dimensione più onirica che quando si trattano temi come questi aiutano a renderli comprensibili ed universali.

Nel brano la solitudine sembra avere un peso importante. È una solitudine cercata, subita o entrambe le cose?
Ci fa piacere che rimanga questo dubbio perché neanche noi, dai racconti propri e degli altri, riuscivamo a tracciare una linea netta tra le cose. La verità è che è difficile dirlo e, probabilmente, è diverso persona per persona.

Pensate che attraverso una canzone sia possibile raccontare certe esperienze anche a chi non le ha mai vissute direttamente?
Non completamente. Da un lato alcune emozioni ed esperienze non si possono spiegare pienamente se non le si è vissute. Tuttavia, pensiamo che, anche per chi non abbia mai provato sulla propria pelle un periodo come quello descritto dalla canzone, possa ritrovarci e spiegarsi meglio cosa ha visto su altre persone vicine. Inoltre, se qualcuno dovesse trovarsi a vivere una esperienza simile successivamente speriamo ricordi la nostra canzone, anche solo per sapere che non è solo.

C’è una frase di “Lorazepam” che per voi contiene più delle altre il senso dell’intero brano?
Come detto Lorazepam sono tante storie. Quella che ci riguarda da vicino vorticava tutta intorno al “Vivici tu in scale di dolore” perché la nota da cui è partita la scrittura parlava proprio di questo.

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