Con “Sbaglio Spesso”, i CALANCO raccontano la complessità delle relazioni tossiche e il difficile equilibrio tra consapevolezza e negazione. Un brano intenso, diretto e ricco di immagini evocative che anticipa il nuovo album “Solchi”, in uscita a settembre, confermando l'identità artistica della band tra energia, autenticità e ricerca espressiva. Li abbiamo intervistati per approfondire la nascita del singolo e il percorso creativo che lo ha reso uno dei brani più significativi del loro nuovo progetto.
“Sbaglio Spesso” descrive una situazione emotiva difficile da interrompere. Perché vi interessava raccontare proprio quel momento?
Crediamo che tutti, prima o dopo, si siano ritrovati ad affrontare una situazione del genere. Che sia una relazione amorosa o di amicizia ci sono delle dinamiche tossiche che si riprongono a più livelli nella vita man mano che si cresce, e con l’avvento dei social certi tipi di conflitti sono diventati più difficili da risolvere secondo il nostro punto di vista. Siamo sempre meno abituati a guardarci negli occhi per affrontare un problema e come conseguenza diretta si tende sempre più a rifugiarsi dietro a una tastiera con il rischio di fraintendersi ulteriormente. Anche con i CALANCO hanno imparato a nostre spese che incontrandoci dal vivo come band lavoriamo meglio sui brani, sulla direzione che vogliamo dare al gruppo.
Quanto tempo ha richiesto la scrittura del brano?
Al contrario di altri brani, la scrittura di “sbaglio spesso” è avvenuta di getto nel giro di una sessione di prove. Un paio di settimane prima di entrare in studio per le registrazioni del disco, il nostro fonico ci lanciò una sfida, ovvero quella di scrivere altri due brani da zero per vedere cosa ne sarebbe nato. I brani che avrebbero fatto parte del disco erano già stati revisionati e scelti e avevamo tante idee buone ma che, almeno per questo lavoro, erano state scartate. Inizialmente abbiamo pensato di ripescare qualche brano delle vecchie idee ma poi con un moto d’orgoglio ci siamo chiusi in sala prove per un giorno intero, e in quella singola giornata sono nati due brani in cui crediamo molto, uno di questi appunto è “sbaglio spesso”. Non avremmo mai pensato che da quella sfida lanciata quasi per gioco sarebbe nato uno dei singoli del disco “solchi”.
Le immagini presenti nel testo sono molto concrete e cinematografiche. Come nasce il vostro approccio alla scrittura?
Il nostro approccio alla scrittura rispecchia fedelmente quello che adottiamo nella composizione musicale: la spontaneità è la nostra guida principale. Solitamente il processo parte da un'immagine o da una combinazione di parole che insieme alla musica suonano bene sia a livello di fonetica che di metrica. Da lì iniziamo a lavorare quasi come se dovessimo "unire i puntini", sviluppando l'intero testo. Spesso facciamo anche un lavoro inverso: a causa della nostra natura spontanea rischiamo a volte di risultare un po' criptici, quindi rileggiamo tutto per assicurarci che il messaggio resti comprensibile. L'uso di immagini così concrete e cinematografiche deriva dalle nostre passioni, ma soprattutto dal nostro carattere. Siamo persone molto dirette e abbiamo l'attitudine a fare esempi tangibili, anche a costo di sacrificare un po' di "poesia". Vogliamo che l'ascoltatore quando ascolta il brano in streaming, visualizzi immediatamente la scena. Inoltre, crediamo molto nella semiotica della scrittura: non conta solo il concetto generale, ma la scelta della parola. Le parole portano con sé un significato interpretativo implicito e innato, capace di fare leva in modo immediato su determinate emozioni.
Il protagonista sembra essere intrappolato tra consapevolezza e negazione. È una condizione che osservate spesso nella realtà?
Sì, la osserviamo continuamente, ormai è una dinamica quotidiana. Stiamo vivendo un'estremizzazione collettiva che va ben oltre le relazioni di coppia e investe la cronaca, la politica e il sociale. Spesso siamo perfettamente consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni, o di quanto una situazione sia profondamente sbagliata, eppure preferiamo negarla. Restiamo immobili, senza fare nulla per risolvere il problema, arroccati in questo eterno limbo tra lucidità e rifiuto della realtà.
Questo accade probabilmente perché il mondo là fuori ci spaventa, spingendoci a rifugiarci in una realtà immaginaria fatta di illusioni. La modernità, se da un lato ha portato benessere e innovazione tecnologica, dall'altro ha spento la speranza di poter cambiare davvero le cose o di migliorare il proprio status. Viviamo in una società fortemente squilibrata, in cui il potere economico e decisionale è concentrato nelle mani di pochissimi, lasciando il resto della popolazione con la sensazione di non avere alcun controllo sul futuro. La negazione diventa così una forma di difesa, per quanto tossica, contro un presente che sentiamo di non poter cambiare.
Quali sono state le principali influenze musicali che hanno accompagnato la nascita del pezzo?
Non c'è stata un'influenza musicale precisa o calcolata a tavolino. Nell'ultimo periodo, come CALANCO, abbiamo ascoltato moltissimo post-punk, orientandoci soprattutto verso sonorità dall'attitudine più pesante, quasi hardcore e graffiante. Fin dal primo giorno di prove, mentre mettevamo in piedi il pezzo, abbiamo percepito che invece “sbaglio spesso” apparteneva a qualcosa di diverso, un po’ a livello di estetica ed energia alla musica britannica di fine anni 90’ inizi 2000’.
Se fossimo costretti a imbrigliare il brano all'interno di un'influenza specifica, probabilmente la band che più rispecchia il mood di "sbaglio spesso" sono i Fontaines D.C., in particolare i loro ultimi lavori. È un gruppo che seguiamo e che ci piace tanto per come riesce a unire l'impatto ritmico a una forte carica espressiva.
Come avete costruito il crescendo emotivo che attraversa la canzone?
Più che di un crescendo studiato a tavolino, parlerei del riflesso naturale del limbo emotivo che racconta il brano. La struttura segue le oscillazioni continue tra la consapevolezza della dipendenza affettiva e la sua totale negazione. Ci sono momenti, come nelle strofe, in cui la lucidità sembra farsi largo, ma è solo un passaggio prima di sprofondare di nuovo nel rifiuto della realtà. Il vero culmine è nel finale, dove il protagonista si lascia andare completamente alla negazione e all'illusione che quell'amore tossico esista ancora. Il modo migliore per capire questa dinamica, comunque, non è spiegarla a parole, ma andare ad ascoltare “sbaglio spesso” su tutte le piattaforme di streaming (Spotify, Apple Music, etc…)
Cosa vi ha colpito maggiormente durante la registrazione?
È stata in assoluto la traccia più strana da registrare. Come dicevamo all'inizio, "sbaglio spesso" è nata pochissime settimane prima di entrare in studio. A differenza degli altri brani del disco, che erano già stati ampiamente rodati e suonati dal vivo durante i concerti, questo brano non lo avevamo mai suonato tutti insieme dall'inizio alla fine nemmeno in sala prove. Sulla carta poteva essere un rischio o fare uno strano effetto, e invece in studio è venuto tutto in modo incredibilmente fluido. La resa finale è estremamente naturale. Essere così sicuri su un pezzo praticamente inedito ci ha fatto capire che i CALANCO sono pronti per un tipo di produzione diverso, riuscendo a mantenere l’istintività che spesso si rischia di perdere al di fuori della musica suonata dal vivo. La vera chicca del brano, poi, è il solo di chitarra: ha un suono per noi bellissimo, quasi da amplificatore "accartocciato". Per questo dobbiamo ringraziare tantissimo il fonico che ci ha accompagnato in questa avventura, Andrea Cola dello Stonebridge Studio, e che ci ha dato una mano fondamentale nel trovare la giusta pasta sonora.
Quale reazione vi piacerebbe ricevere dal pubblico?
Con "sbaglio spesso", con "domenike" (uscito a maggio) e con il disco “solchi” in arrivo a settembre, la reazione che più ci piacerebbe ricevere dal pubblico è la più sincera e diretta possibile: "Ragazzi, spaccate. Venite a suonare nella mia città!". Il nostro obiettivo finale è sempre e solo uno: suonare dal vivo. Ci piace registrare e scriviamo continuamente nuove canzoni, ma la nostra vera dimensione è il palco. Ci piacerebbe che questo lavoro ci aiutasse a creare un contatto diretto con le persone e con i locali, creando una rete che ci permetta di girare e attraversare l'Italia. Vogliamo stare in mezzo alla gente, nei club, lì dove si sente "la puzza di gente", per citare Francesco Motta in “Roma Stasera”.
