“Vorrei” è il nuovo singolo dei Samar, un brano intimo e diretto che affronta il tema del lutto con una scrittura narrativa essenziale e profonda. Costruita come una lettera, la canzone si muove tra immagini concrete e emozioni autentiche, trasformando un’esperienza personale in un racconto universale.
Con un equilibrio delicato tra semplicità e intensità, i Samar danno forma a un pezzo sospeso, che non cerca risposte ma lascia spazio al riconoscimento e alla memoria, invitando chi ascolta a entrarvi dentro.
Il testo sembra una lettera: quanto è importante per voi la scrittura narrativa?
Per noi la scrittura narrativa è centrale: è il modo più onesto che abbiamo per dare forma a ciò che viviamo. Non ci interessa solo “dire qualcosa”, ma raccontare una storia in cui chi ascolta possa riconoscersi.
Spesso partiamo da immagini o situazioni molto concrete, quasi cinematografiche. Ci piace quando un testo somiglia a una lettera o a una confessione, perché crea un legame diretto e immediato. La dimensione narrativa ci permette di non restare in superficie, ma di entrare davvero dentro ciò che stiamo raccontando.
Anche nei brani più semplici cerchiamo sempre un piccolo arco emotivo. Non scriviamo mai parole solo per riempire uno spazio musicale: devono avere un peso, ma allo stesso tempo lasciare respiro. È proprio lì che, secondo noi, nasce l’identità dei SAMAR.
Per noi la scrittura narrativa è centrale: è il modo più onesto che abbiamo per dare forma a ciò che viviamo. Non ci interessa solo “dire qualcosa”, ma raccontare una storia in cui chi ascolta possa riconoscersi.
Spesso partiamo da immagini o situazioni molto concrete, quasi cinematografiche. Ci piace quando un testo somiglia a una lettera o a una confessione, perché crea un legame diretto e immediato. La dimensione narrativa ci permette di non restare in superficie, ma di entrare davvero dentro ciò che stiamo raccontando.
Anche nei brani più semplici cerchiamo sempre un piccolo arco emotivo. Non scriviamo mai parole solo per riempire uno spazio musicale: devono avere un peso, ma allo stesso tempo lasciare respiro. È proprio lì che, secondo noi, nasce l’identità dei SAMAR.
Ci sono versi a cui siete particolarmente legati?
Sì, siamo particolarmente legati agli ultimi versi, quelli che chiudono la canzone. È il momento in cui tutto si raccoglie e resta sospeso. Lì Fabio si pone una domanda semplice ma profondissima: se lei stia ascoltando e se abbia trovato quella pace che ha sempre cercato. Sono parole che ci colpiscono ogni volta, anche dopo averle suonate tante volte, perché non hanno bisogno di essere spiegate: arrivano dritte.
È un finale aperto e proprio per questo estremamente vero. In quel punto il brano smette quasi di essere solo nostro e diventa uno spazio che ognuno può riempire con la propria storia.
Sì, siamo particolarmente legati agli ultimi versi, quelli che chiudono la canzone. È il momento in cui tutto si raccoglie e resta sospeso. Lì Fabio si pone una domanda semplice ma profondissima: se lei stia ascoltando e se abbia trovato quella pace che ha sempre cercato. Sono parole che ci colpiscono ogni volta, anche dopo averle suonate tante volte, perché non hanno bisogno di essere spiegate: arrivano dritte.
È un finale aperto e proprio per questo estremamente vero. In quel punto il brano smette quasi di essere solo nostro e diventa uno spazio che ognuno può riempire con la propria storia.
Avete mai avuto paura di essere troppo diretti?
Sì, assolutamente. Essere diretti significa esporsi, e non è mai del tutto semplice. C’è sempre il rischio di sentirsi troppo vulnerabili, quasi scoperti. A volte ci siamo chiesti se fosse meglio proteggere certe cose dietro metafore o immagini più velate.
Col tempo però abbiamo capito che la sincerità arriva più lontano, anche quando mette un po’ a disagio. La linea tra essere diretti ed essere banali è molto sottile, ed è proprio lì che cerchiamo di lavorare di più. Non vogliamo semplificare le emozioni, ma nemmeno complicarle inutilmente. Quella piccola paura resta, ma in fondo è anche un segnale: se quello che scriviamo smuove prima di tutto noi, allora è più probabile che riesca a smuovere anche chi ascolta
Sì, assolutamente. Essere diretti significa esporsi, e non è mai del tutto semplice. C’è sempre il rischio di sentirsi troppo vulnerabili, quasi scoperti. A volte ci siamo chiesti se fosse meglio proteggere certe cose dietro metafore o immagini più velate.
Col tempo però abbiamo capito che la sincerità arriva più lontano, anche quando mette un po’ a disagio. La linea tra essere diretti ed essere banali è molto sottile, ed è proprio lì che cerchiamo di lavorare di più. Non vogliamo semplificare le emozioni, ma nemmeno complicarle inutilmente. Quella piccola paura resta, ma in fondo è anche un segnale: se quello che scriviamo smuove prima di tutto noi, allora è più probabile che riesca a smuovere anche chi ascolta
Come trovate l’equilibrio tra semplicità e profondità nei vostri testi?
Spesso partiamo da qualcosa di molto semplice, quasi quotidiano, e poi lavoriamo soprattutto per togliere, più che per aggiungere. Se una frase suona forzata, preferiamo eliminarla. Crediamo che la profondità non nasca dalla complessità delle parole, ma dalla loro verità.
Cerchiamo immagini chiare, ma cariche di significato. A volte basta una parola giusta per cambiare completamente il senso di un passaggio. Non vogliamo che chi ascolta si senta escluso: la semplicità è una porta d’ingresso, la profondità è ciò che resta dopo. Quando questo equilibrio funziona, lo si percepisce subito.
Spesso partiamo da qualcosa di molto semplice, quasi quotidiano, e poi lavoriamo soprattutto per togliere, più che per aggiungere. Se una frase suona forzata, preferiamo eliminarla. Crediamo che la profondità non nasca dalla complessità delle parole, ma dalla loro verità.
Cerchiamo immagini chiare, ma cariche di significato. A volte basta una parola giusta per cambiare completamente il senso di un passaggio. Non vogliamo che chi ascolta si senta escluso: la semplicità è una porta d’ingresso, la profondità è ciò che resta dopo. Quando questo equilibrio funziona, lo si percepisce subito.
Scrivere “Vorrei” vi ha aiutato a elaborare ciò che racconta?
Non è mai facile elaborare un lutto. È una delle esperienze umane più difficili e profonde che una persona possa trovarsi ad affrontare.
Scrivere “Vorrei” non ha significato superarlo o chiuderlo, ma provare a dargli una forma. Mettere quelle emozioni dentro parole e musica è stato un modo per avvicinarsi a qualcosa che, altrimenti, rischia di restare indefinito e silenzioso.
In questo senso, la canzone non è una soluzione, ma un attraversamento: uno spazio in cui il dolore non viene risolto, ma riconosciuto. E forse è proprio in quel riconoscimento che inizia una forma diversa di elaborazione, più lenta, ma più autentica