State Of Neptune: recensione del disco “A Gambler’s Demise”

feb 21, 2026 0 comments

 

Con “A Gambler’s Demise” gli State Of Neptune costruiscono un disco che affronta uno dei nodi più antichi dell’esperienza umana: il rapporto con la sofferenza e la tentazione di delegarne il senso a qualcosa di esterno. L’album non nega il dolore, ma rifiuta l’idea che debba essere giustificato da una promessa futura. Al contrario, propone la consapevolezza come atto presente, concreto, non rimandabile.

L’apertura con Now I Remember My Face Again introduce subito il tema dell’identità come equilibrio instabile. Crescere significa cambiare, ma anche rischiare di perdere il contatto con ciò che ci ha formati. Il “ricordare il proprio volto” diventa un gesto simbolico: tornare a guardarsi senza filtri, senza maschere imposte dal tempo e dalle aspettative. È un brano che invita a non abbandonare il bambino interiore, non come nostalgia, ma come capacità di restare curiosi e flessibili.

Il cambio di tono è netto con Killersplinter, che sposta lo sguardo dall’individuo al contesto. Qui la violenza viene descritta come un flusso sistemico, che si propaga dall’alto verso il basso e si mimetizza nelle strutture socio-economiche. La band mette in crisi l’uso stesso della parola “crisi”, suggerendo che ciò che chiamiamo emergenza sia spesso la normalità di un sistema che si regge su ingiustizie legittimate.

La stasi emotiva prende forma in Friendlywords, dove le parole diventano anestetiche, incapaci di generare movimento. Questa immobilità trova piena espressione in Pool Of Consciousness, uno dei brani più concettuali del disco: la coscienza è una palude, un luogo in cui i pensieri si avvicendano senza mai tradursi in azione. In un mondo saturo di narrazioni salvifiche, la band suggerisce che le uniche rivelazioni autentiche siano quelle vissute nella propria intimità.

La seconda parte del disco apre un varco. Breathoftheworld introduce il tema della connessione come bisogno primario, non mediato, non digitale. Stone Lady rende questa intuizione ancora più concreta, evocando un rapporto con la natura che non ha nulla di romantico, ma tutto di necessario. La title track A Gambler’s Demise chiude il percorso rifiutando la scommessa come atto di fede: la fine dell’azzardo coincide con la scelta di abitare pienamente il qui e ora.

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