“Resto qui” di Sasà V: un inno intimo alla fragilità consapevole

feb 9, 2026 0 comments

Con “Resto qui”, Sasà V firma uno dei brani più intimi e consapevoli del suo percorso artistico. Una canzone che non ha fretta di arrivare a una conclusione, ma sceglie di abitare l’attesa, di restare dentro le ferite finché il tempo non fa il suo lavoro. Tra silenzi, crepe emotive e parole misurate, il singolo racconta la fragilità come spazio di verità e non come limite, trasformandola in un atto di coraggio e autenticità.

“Resto qui” è una dichiarazione di presenza: verso sé stessi, verso ciò che ha fatto male, verso quelle emozioni che chiedono solo di essere ascoltate. La scrittura diventa così un luogo di equilibrio tra il restare e il lasciar andare, tra il bisogno di comprendere e quello di fare spazio al nuovo. In questa intervista per Reframe, Sasà V si racconta senza filtri, parlando di pazienza, silenzi e di quella luce che spesso nasce proprio nei momenti più fragili.

Nei tuoi brani la fragilità non è mai debolezza: quanto è importante per te questo messaggio?
La fragilità, per me, è il centro di tutto. Nei miei brani non la vivo mai come una mancanza, ma come un punto di partenza. Raccontare le crepe, i silenzi, i momenti in cui ci si sente persi è un modo per essere onesti, prima di tutto con me stesso. Credo che mostrarsi fragili richieda molto più coraggio che fingere di stare bene. Per me la fragilità non è debolezza: è verità, è umanità, ed è spesso il primo passo verso una luce nuova.

“Resto qui” parla di ferite che il tempo deve curare: sei paziente con te stesso?
Ci provo, anche se non è facile. Ho capito che alcune ferite hanno bisogno di tempo e che forzare la guarigione non serve. Sto imparando ad ascoltarmi di più e ad accettare i miei tempi, senza giudicarmi. La pazienza, per me, è diventata parte del percorso.

Scrivere ti aiuta a restare o a lasciar andare?
Scrivere mi aiuta a fare entrambe le cose. A restare dentro le emozioni finché non le capisco davvero, ma anche a lasciarle andare una volta che hanno trovato una forma. È il modo che ho per non perdere ciò che è stato e, allo stesso tempo, per fare spazio a qualcosa di nuovo.

C’è una parte del brano che senti più “scoperta” emotivamente?
Si, è quella legata al silenzio e all’attesa. Lì non c’è difesa, non c’è distanza: restano solo i pensieri e quello spazio vuoto che continua a parlare. È la parte più scoperta perché non prova a spiegare o a proteggersi, ma si limita a sentire

Cosa diresti a chi si riconosce in questa attesa?
Direi di non sentirsi soli. Restare in attesa può sembrare passivo, ma è anche un modo di prendersi cura dei propri sentimenti e di non perdere ciò che è stato importante. Bisogna avere pazienza con se stessi, ascoltare il proprio cuore e concedersi il tempo necessario per guarire, senza giudicarsi.

Notizie correlate

{{posts[0].title}}

{{posts[0].date}} {{posts[0].commentsNum}} {{messages_comments}}

{{posts[1].title}}

{{posts[1].date}} {{posts[1].commentsNum}} {{messages_comments}}

{{posts[2].title}}

{{posts[2].date}} {{posts[2].commentsNum}} {{messages_comments}}

{{posts[3].title}}

{{posts[3].date}} {{posts[3].commentsNum}} {{messages_comments}}

Modulo di contatto