Mettersi a nudo senza filtri,
trasformando l’urgenza espressiva in uno spazio aperto di dialogo e
riflessione: è questo il tratto distintivo di Titta, cantautrice e narratrice
che ha trovato nella musica il naturale punto d’incontro tra teatro, scrittura
e continua osservazione della realtà. La sua cifra stilistica affonda le radici
nella grande canzone d'autore e nell'intensità viscerale di interpreti capaci
di donarsi senza riserve, ponendo la verità della parola sempre al centro della
composizione.
Con il nuovo singolo “A metà strada”, nato quasi per caso
al tavolino di un bar a Formia durante un incontro a metà percorso con
un'amica, Titta trasforma un aneddoto quotidiano in una potente riflessione
sulle relazioni adulte. Il brano indaga la necessità della cura, dell'impegno
reciproco e del non dare mai nulla per scontato, rifuggendo ogni rigida
contabilità emotiva.
In questa intervista su Reframe, l'artista racconta la
genesi delle sue canzoni — anticipando anche l'uscita del prossimo brano
“Neurodivertente” —, la sfida di far dialogare melodia e contenuto senza
perdere la propria autenticità, e i progetti teatrali in cantiere dall'Egitto, pensati
per riportare presto la sua musica a contatto vivo con il pubblico.
La tua attitudine musicale è carica di
spontaneità, carattere e verità: com’è nata e come si è nutrita nel tempo
questa tua urgenza espressiva?
Credo sia nata molto prima delle canzoni. Ho
sempre avuto un bisogno quasi fisico di raccontare e, prima ancora di trovare
la musica, l’ho fatto attraverso il teatro, la scrittura, la formazione e tutti
i linguaggi espressivi che ho incontrato.
Con il tempo ho capito che per me creare è
soprattutto un modo per dare una forma alle cose che faccio fatica a lasciare
indistinte. Scrivo spesso quando qualcosa mi interroga, mi ferisce, mi diverte,
mi fa arrabbiare o semplicemente continua a bussare finché non gli presto
attenzione. Non parto quasi mai pensando: “adesso scrivo una canzone su questo
argomento”. Di solito è il contrario: c’è qualcosa che insiste e a un certo
punto capisco che sta cercando una forma.
Forse la mia urgenza espressiva si è nutrita
proprio così: continuando a vivere, osservare e soprattutto ascoltare. Me
stessa, certo, ma sempre di più anche gli altri.
La tua scrittura unisce melodia e sfrontatezza:
quali sono gli ascolti e gli artisti che nel corso degli anni hanno lasciato
un’impronta fondamentale nel tuo modo di concepire le canzoni?
Ho ascolti molto diversi tra loro. Sono cresciuta
amando la grande canzone d’autore italiana, quindi Guccini e Vecchioni, ma
anche interpreti capaci di trasformare una canzone in qualcosa di visceralmente
proprio, come Mia Martini. Poi ci sono Amy Winehouse, Lady Gaga e, tra gli
artisti italiani più contemporanei, Ultimo e Arisa.
Probabilmente non c’è un elemento musicale preciso
che accomuna tutti questi nomi. Quello che cerco e che mi affascina è
soprattutto il coraggio dell’esposizione emotiva. Mi interessano gli artisti
che quando cantano sembrano donarsi senza risparmiarsi, anche a costo di
mostrare qualcosa di scomodo, imperfetto o vulnerabile.
Le canzoni che ricordo di più non sono
necessariamente quelle perfette. Sono quelle in cui ho avuto la sensazione che
qualcuno, per tre minuti, avesse smesso di difendersi.
Come prende vita solitamente un tuo pezzo? Parte
da un’urgenza di parole, da un’armonia al pianoforte/chitarra o da un’emozione
improvvisa da fissare subito?
Non ho un metodo unico, e forse questa è una delle
cose che amo di più della scrittura. A volte arriva una frase e so
immediatamente che dentro c’è qualcosa; altre volte parto da un’immagine, da
una conversazione, da una situazione realmente accaduta. Ci sono anche canzoni
nate quasi per gioco o addirittura da un errore: Neurodivertente, per esempio,
che è anche il titolo del mio prossimo singolo in uscita a metà ottobre, è nata
da un errore di battitura mentre cercavo di scrivere “neurodivergente” nelle
note del telefono. Quella parola sbagliata mi ha fatto sorridere e alla fine è
diventata una canzone.
Quasi sempre, però, all’origine c’è un’emozione o
una domanda. Poi comincia una specie di indagine: provo a capire cosa c’è
davvero sotto quella prima intuizione. Le parole per me vengono molto
spontaneamente; successivamente il lavoro consiste nel togliere, scegliere e
trovare la forma musicale capace di sostenere quello che sto cercando di dire
senza soffocarlo.
Probabilmente è anche per questo che, nel mio modo
di scrivere, il testo ha quasi sempre un ruolo prevalente rispetto alla musica
e, qualche volta, persino rispetto all’arrangiamento. È una caratteristica che
negli anni mi è stata anche fatta notare criticamente da alcuni professionisti
del settore. E credo sia giusto ascoltare quelle osservazioni: sto cercando di
evolvermi, di sperimentare sonorità più contemporanee e di lasciare alla musica
sempre più spazio per raccontare insieme alle parole.
Ma non vorrei che questa evoluzione significasse
perdere ciò che mi appartiene. Per me una canzone nasce ancora prima di tutto
da qualcosa che sento il bisogno di dire. La sfida oggi non è scegliere tra le
parole e la musica, ma imparare a farle crescere insieme senza che, per
diventare più contemporanea, io debba diventare meno me stessa.
Ci racconti un dietro le quinte di “A metà
strada”? Come e dove ha preso forma questo nuovo singolo?
A Metà Strada è nata, letteralmente, a metà
strada.
Io vivo a Roma e la mia amica Laura vive e lavora
a Napoli. Da adulte, con due vite piene di impegni, incontrarsi significa
inevitabilmente decidere ogni volta chi raggiunge chi, con tutto quello che
comporta in termini di tempo, energie e anche costi. Un giorno abbiamo deciso
quasi per gioco di cercare davvero un punto a metà tra noi e, seguendo
banalmente le fermate del regionale, siamo finite a Formia.
È lì, al tavolino di un bar, in un lunedì
pomeriggio, che è nata la canzone.
Parlando ci siamo accorte che quella situazione
raccontava qualcosa di molto più grande della nostra amicizia. Nelle relazioni
adulte può succedere che sia sempre qualcuno a percorrere più strada
dell’altro, finché un giorno si stanca di camminare da solo.
Ed è anche per questo che credo sia importante
coltivare le relazioni con cura e impegno. A volte i rapporti non finiscono
perché è venuto meno l’affetto, l’amore o il rispetto: semplicemente smettiamo,
magari senza neanche accorgercene, di prendercene cura. E quando per troppo
tempo è soltanto uno dei due a farlo, prima o poi può stancarsi.
Da lì la “metà strada” geografica è diventata una
metafora: andare incontro all’altro, ai suoi bisogni, ai suoi tempi, al suo
mondo. Non significa incontrarsi sempre matematicamente al centro, ma
continuare a scegliere di muoversi l’uno verso l’altro. Perché forse una relazione
non è qualcosa che semplicemente abbiamo: è qualcosa che continuiamo a
scegliere di costruire.
Tra fragilità, forza e la consapevolezza di essere
sempre in cammino, cosa deve aspettarsi chi premerà play su “A metà strada”?
Mi piacerebbe che non si aspettasse una risposta,
perché credo che la canzone ne dia poche. Piuttosto, vorrei che trovasse uno
spazio in cui interrogarsi sulle proprie relazioni.
A Metà Strada parla di reciprocità, ma senza
trasformarla in una contabilità affettiva. Non credo che una relazione sana sia
sempre cinquanta e cinquanta: ci saranno momenti in cui una persona potrà fare
settanta e l’altra trenta, e poi magari accadrà il contrario. Il problema nasce
quando a percorrere la distanza è sempre la stessa persona.
Quindi forse chi premerà play troverà soprattutto
una domanda: nelle relazioni che per me contano, ci stiamo ancora venendo
incontro?
Questa dimensione così comunicativa trova la sua
massima espressione sul palco: hai già in programma appuntamenti dal vivo per
portare “A metà strada” a contatto con il pubblico?
In questo momento la mia attività musicale live è
temporaneamente in pausa perché mi sono presa qualche mese per vivere in Egitto
insieme al mio compagno. È una parentesi personale importante, ma non è affatto
una pausa creativa: anzi, sto approfittando di questo periodo anche per
scrivere e progettare quello che verrà dopo.
I live riprenderanno al mio rientro in Italia,
indicativamente da dicembre in poi, e uno dei progetti su cui sto lavorando
proprio qui in Egitto è uno spettacolo costruito intorno alle mie canzoni. Non
vorrei che fosse semplicemente un concerto, ma qualcosa che riuscisse a mettere
insieme le diverse parti del mio percorso: musica, teatro e racconto.
Lo sto scrivendo proprio in questi mesi e l’intenzione
è quella di portarlo in scena una volta rientrata. In fondo le mie canzoni
nascono come storie, quindi mi piace l’idea che prima o poi possano uscire
dalle cuffie e dai videoclip e diventare qualcosa da vivere insieme al
pubblico, nello stesso spazio e nello stesso momento.
