Dall'incontro a Formia al nuovo singolo: Titta si racconta a Reframe con “A metà strada”

set 29, 2026 0 comments

 


Mettersi a nudo senza filtri, trasformando l’urgenza espressiva in uno spazio aperto di dialogo e riflessione: è questo il tratto distintivo di Titta, cantautrice e narratrice che ha trovato nella musica il naturale punto d’incontro tra teatro, scrittura e continua osservazione della realtà. La sua cifra stilistica affonda le radici nella grande canzone d'autore e nell'intensità viscerale di interpreti capaci di donarsi senza riserve, ponendo la verità della parola sempre al centro della composizione.

Con il nuovo singolo “A metà strada”, nato quasi per caso al tavolino di un bar a Formia durante un incontro a metà percorso con un'amica, Titta trasforma un aneddoto quotidiano in una potente riflessione sulle relazioni adulte. Il brano indaga la necessità della cura, dell'impegno reciproco e del non dare mai nulla per scontato, rifuggendo ogni rigida contabilità emotiva.

In questa intervista su Reframe, l'artista racconta la genesi delle sue canzoni — anticipando anche l'uscita del prossimo brano “Neurodivertente” —, la sfida di far dialogare melodia e contenuto senza perdere la propria autenticità, e i progetti teatrali in cantiere dall'Egitto, pensati per riportare presto la sua musica a contatto vivo con il pubblico.

 

La tua attitudine musicale è carica di spontaneità, carattere e verità: com’è nata e come si è nutrita nel tempo questa tua urgenza espressiva?

Credo sia nata molto prima delle canzoni. Ho sempre avuto un bisogno quasi fisico di raccontare e, prima ancora di trovare la musica, l’ho fatto attraverso il teatro, la scrittura, la formazione e tutti i linguaggi espressivi che ho incontrato.

Con il tempo ho capito che per me creare è soprattutto un modo per dare una forma alle cose che faccio fatica a lasciare indistinte. Scrivo spesso quando qualcosa mi interroga, mi ferisce, mi diverte, mi fa arrabbiare o semplicemente continua a bussare finché non gli presto attenzione. Non parto quasi mai pensando: “adesso scrivo una canzone su questo argomento”. Di solito è il contrario: c’è qualcosa che insiste e a un certo punto capisco che sta cercando una forma.

Forse la mia urgenza espressiva si è nutrita proprio così: continuando a vivere, osservare e soprattutto ascoltare. Me stessa, certo, ma sempre di più anche gli altri.

La tua scrittura unisce melodia e sfrontatezza: quali sono gli ascolti e gli artisti che nel corso degli anni hanno lasciato un’impronta fondamentale nel tuo modo di concepire le canzoni?

Ho ascolti molto diversi tra loro. Sono cresciuta amando la grande canzone d’autore italiana, quindi Guccini e Vecchioni, ma anche interpreti capaci di trasformare una canzone in qualcosa di visceralmente proprio, come Mia Martini. Poi ci sono Amy Winehouse, Lady Gaga e, tra gli artisti italiani più contemporanei, Ultimo e Arisa.

Probabilmente non c’è un elemento musicale preciso che accomuna tutti questi nomi. Quello che cerco e che mi affascina è soprattutto il coraggio dell’esposizione emotiva. Mi interessano gli artisti che quando cantano sembrano donarsi senza risparmiarsi, anche a costo di mostrare qualcosa di scomodo, imperfetto o vulnerabile.

Le canzoni che ricordo di più non sono necessariamente quelle perfette. Sono quelle in cui ho avuto la sensazione che qualcuno, per tre minuti, avesse smesso di difendersi.

Come prende vita solitamente un tuo pezzo? Parte da un’urgenza di parole, da un’armonia al pianoforte/chitarra o da un’emozione improvvisa da fissare subito?

Non ho un metodo unico, e forse questa è una delle cose che amo di più della scrittura. A volte arriva una frase e so immediatamente che dentro c’è qualcosa; altre volte parto da un’immagine, da una conversazione, da una situazione realmente accaduta. Ci sono anche canzoni nate quasi per gioco o addirittura da un errore: Neurodivertente, per esempio, che è anche il titolo del mio prossimo singolo in uscita a metà ottobre, è nata da un errore di battitura mentre cercavo di scrivere “neurodivergente” nelle note del telefono. Quella parola sbagliata mi ha fatto sorridere e alla fine è diventata una canzone.

Quasi sempre, però, all’origine c’è un’emozione o una domanda. Poi comincia una specie di indagine: provo a capire cosa c’è davvero sotto quella prima intuizione. Le parole per me vengono molto spontaneamente; successivamente il lavoro consiste nel togliere, scegliere e trovare la forma musicale capace di sostenere quello che sto cercando di dire senza soffocarlo.

Probabilmente è anche per questo che, nel mio modo di scrivere, il testo ha quasi sempre un ruolo prevalente rispetto alla musica e, qualche volta, persino rispetto all’arrangiamento. È una caratteristica che negli anni mi è stata anche fatta notare criticamente da alcuni professionisti del settore. E credo sia giusto ascoltare quelle osservazioni: sto cercando di evolvermi, di sperimentare sonorità più contemporanee e di lasciare alla musica sempre più spazio per raccontare insieme alle parole.

Ma non vorrei che questa evoluzione significasse perdere ciò che mi appartiene. Per me una canzone nasce ancora prima di tutto da qualcosa che sento il bisogno di dire. La sfida oggi non è scegliere tra le parole e la musica, ma imparare a farle crescere insieme senza che, per diventare più contemporanea, io debba diventare meno me stessa.

Ci racconti un dietro le quinte di “A metà strada”? Come e dove ha preso forma questo nuovo singolo?

A Metà Strada è nata, letteralmente, a metà strada.

Io vivo a Roma e la mia amica Laura vive e lavora a Napoli. Da adulte, con due vite piene di impegni, incontrarsi significa inevitabilmente decidere ogni volta chi raggiunge chi, con tutto quello che comporta in termini di tempo, energie e anche costi. Un giorno abbiamo deciso quasi per gioco di cercare davvero un punto a metà tra noi e, seguendo banalmente le fermate del regionale, siamo finite a Formia.

È lì, al tavolino di un bar, in un lunedì pomeriggio, che è nata la canzone.

Parlando ci siamo accorte che quella situazione raccontava qualcosa di molto più grande della nostra amicizia. Nelle relazioni adulte può succedere che sia sempre qualcuno a percorrere più strada dell’altro, finché un giorno si stanca di camminare da solo.

Ed è anche per questo che credo sia importante coltivare le relazioni con cura e impegno. A volte i rapporti non finiscono perché è venuto meno l’affetto, l’amore o il rispetto: semplicemente smettiamo, magari senza neanche accorgercene, di prendercene cura. E quando per troppo tempo è soltanto uno dei due a farlo, prima o poi può stancarsi.

Da lì la “metà strada” geografica è diventata una metafora: andare incontro all’altro, ai suoi bisogni, ai suoi tempi, al suo mondo. Non significa incontrarsi sempre matematicamente al centro, ma continuare a scegliere di muoversi l’uno verso l’altro. Perché forse una relazione non è qualcosa che semplicemente abbiamo: è qualcosa che continuiamo a scegliere di costruire.

Tra fragilità, forza e la consapevolezza di essere sempre in cammino, cosa deve aspettarsi chi premerà play su “A metà strada”?

Mi piacerebbe che non si aspettasse una risposta, perché credo che la canzone ne dia poche. Piuttosto, vorrei che trovasse uno spazio in cui interrogarsi sulle proprie relazioni.

A Metà Strada parla di reciprocità, ma senza trasformarla in una contabilità affettiva. Non credo che una relazione sana sia sempre cinquanta e cinquanta: ci saranno momenti in cui una persona potrà fare settanta e l’altra trenta, e poi magari accadrà il contrario. Il problema nasce quando a percorrere la distanza è sempre la stessa persona.

Quindi forse chi premerà play troverà soprattutto una domanda: nelle relazioni che per me contano, ci stiamo ancora venendo incontro?

Questa dimensione così comunicativa trova la sua massima espressione sul palco: hai già in programma appuntamenti dal vivo per portare “A metà strada” a contatto con il pubblico?

In questo momento la mia attività musicale live è temporaneamente in pausa perché mi sono presa qualche mese per vivere in Egitto insieme al mio compagno. È una parentesi personale importante, ma non è affatto una pausa creativa: anzi, sto approfittando di questo periodo anche per scrivere e progettare quello che verrà dopo.

I live riprenderanno al mio rientro in Italia, indicativamente da dicembre in poi, e uno dei progetti su cui sto lavorando proprio qui in Egitto è uno spettacolo costruito intorno alle mie canzoni. Non vorrei che fosse semplicemente un concerto, ma qualcosa che riuscisse a mettere insieme le diverse parti del mio percorso: musica, teatro e racconto.

Lo sto scrivendo proprio in questi mesi e l’intenzione è quella di portarlo in scena una volta rientrata. In fondo le mie canzoni nascono come storie, quindi mi piace l’idea che prima o poi possano uscire dalle cuffie e dai videoclip e diventare qualcosa da vivere insieme al pubblico, nello stesso spazio e nello stesso momento.

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