Con il nuovo singolo “Specchi Rotti”, gli ALAN tornano a raccontare il presente attraverso un linguaggio diretto, intenso e profondamente contemporaneo. Il brano affronta temi come l'omologazione digitale, la costruzione artificiale dell'identità e la difficoltà di riconoscersi in un mondo dominato da immagini filtrate e modelli imposti.
Sostenuto da un sound electro rock che intreccia energia e riflessione, “Specchi Rotti” invita ad accettare le proprie fragilità come segni di autenticità, trasformando le crepe in simboli di verità e consapevolezza. Un messaggio che trova ulteriore forza nel videoclip realizzato con il supporto dell'intelligenza artificiale, utilizzata come strumento narrativo per amplificare le suggestioni del brano.
In questa intervista gli ALAN approfondiscono le tematiche al centro del singolo, il loro rapporto con la tradizione indipendente italiana, le influenze artistiche che hanno contribuito a definire il loro percorso e la visione che guida il futuro del progetto.
“Specchi Rotti” affronta temi molto contemporanei mantenendo un approccio rock diretto. Quanto vi sentite legati alla tradizione indipendente italiana?
Ci sentiamo legati a quella parte della tradizione indipendente italiana che non ha mai avuto paura di tenere insieme visione, contenuto e identita’. Non ci interessa l’indie come etichetta estetica o come categoria di mercato; ci interessa un certo modo di stare nella musica senza chiedere permesso, senza inseguire mode e senza smussare gli angoli per risultare piu’ innocui. In questo senso sentiamo una parentela ideale con tutti quei percorsi che hanno usato la forma canzone per dire qualcosa di piu’ di cio’ che il mercato chiedeva. Se esiste una tradizione a cui ci sentiamo vicini, e’ quella di chi ha provato a restare libero anche quando la liberta’ non conveniva.
Nel brano criticate l’omologazione digitale. Pensate che oggi sia più difficile distinguersi davvero?
Si’, ma forse la questione e’ ancora piu’ radicale: oggi e’ difficile perfino capire cosa significhi davvero distinguersi. Viviamo in un sistema che premia la differenza solo quando e’ immediatamente codificabile, consumabile, trasformabile in stile. Anche l’anticonformismo viene spesso assorbito e rimesso in circolo come posa. Per questo distinguersi non puo’ piu’ voler dire semplicemente apparire diversi. Significa conservare un nucleo non negoziabile, una voce che non sia interamente addestrata dall’esterno. Ed e’ difficilissimo, perche’ l’omologazione contemporanea non agisce solo sulle forme, ma sui desideri, sui tempi di attenzione, sull’idea stessa di successo.
Le “crepe” diventano simboli di autenticità. Come nasce questa immagine così forte?
Nasce dall’idea che proprio nei punti di rottura si riveli qualcosa di vero. Una superficie perfetta e’ spesso muta, impenetrabile, persino falsa. La crepa invece espone, interrompe, lascia filtrare. Ci interessava usare questa immagine perche’ racconta bene il paradosso dell’essere umano: e’ nei suoi difetti, nelle sue fratture, nelle sue zone non risolte che spesso si manifesta la parte piu’ autentica. In un tempo che pretende levigatezza assoluta, le crepe ci sembravano un gesto di verita’. Non come celebrazione del danno in se’, ma come riconoscimento del fatto che solo passando da li’ si puo’ forse tornare a vedersi davvero.
Quanto conta per voi scrivere canzoni che abbiano anche un contenuto sociale?
Conta moltissimo, perche’ non riusciamo a concepire la scrittura come un esercizio completamente separato dal tempo in cui viviamo. Non crediamo che una canzone debba trasformarsi in un comizio o in una tesi, ma pensiamo che possa farsi attraversare dalle tensioni del presente senza perdere forza emotiva. Per noi il contenuto sociale non e’ un ornamento intellettuale: e’ il modo con cui il mondo entra dentro il linguaggio della musica. Se quello che scriviamo non avesse alcun attrito con la realta’, ci sembrerebbe incompleto. La musica puo’ ancora disturbare, interrogare, incrinare qualche automatismo, e per noi questo resta importante.
L’electro rock degli ALAN richiama molte influenze anni ’90. Quali sono gli artisti che vi hanno formato maggiormente?
La nostra formazione arriva da un retroterra abbastanza largo, ma sicuramente il rock inglese, il combat rock, certa elettronica introspettiva e il pop piu’ melodico ci hanno segnati molto. Siamo cresciuti con artisti e gruppi che avevano un’identita’ sonora riconoscibile ma anche una forte ambizione espressiva. Possiamo citare senza problemi U2, Battiato, Bluvertigo, certa new wave, e in generale tutto quel mondo che tra anni 80 e 90 riusciva a far convivere tensione, scrittura e visione. Poi naturalmente ogni ascolto sedimenta e si trasforma. Non ci interessa mai il citazionismo didascalico; ci interessa che le influenze vengano assorbite fino a diventare parte di una lingua nostra.
Il videoclip creato con l’AI dialoga perfettamente con il tema del brano. Come avete lavorato su questo aspetto?
Abbiamo lavorato cercando di evitare due estremi opposti: da un lato l’uso dell’AI come semplice scorciatoia tecnica, dall’altro la tentazione di farne un manifesto ideologico. Per noi doveva essere uno strumento coerente con il cuore del pezzo. “Specchi Rotti” parla anche di realta’ alterata, di immagini che imitano il vero e finiscono per confonderlo, quindi usare un immaginario generato artificialmente era quasi una naturale estensione narrativa del brano. Il punto era mantenere una regia umana, una visione precisa, un’intenzione. La tecnologia ha eseguito, ma il disagio, il dubbio e la tensione che volevamo raccontare nascono ancora da uno sguardo profondamente umano.
Guardando al futuro, quale direzione immaginate per il progetto ALAN?
Immaginiamo una direzione coerente con cio’ che siamo, ma non statica. Ci interessa continuare a evolvere senza inseguire linguaggi che non ci appartengono. Probabilmente cercheremo ancora un equilibrio tra tensione elettrica, scrittura diretta e una riflessione sempre piu’ netta su quello che il presente ci sta facendo diventare. Non escludiamo nulla in termini di suono, purche’ resti intatta l’urgenza. Se c’e’ una direzione che immaginiamo, e’ quella di una maggiore essenzialita’: meno sovrastrutture, piu’ verita’, piu’ precisione, piu’ rischio. Invecchiare artisticamente, per noi, dovrebbe voler dire diventare piu’ liberi, non piu’ prudenti.
